Devo confessarvi una cosa.

Io invidio mio figlio.

Invidio l’immensa fortuna che ha nell’avere dei nonni preziosi come l’oro, una fortuna che a me purtroppo è mancata.

Per circostanze assai tristi, i miei nonni materni sono mancati molti anni prima che io nascessi.

I miei nonni paterni, invece, li ho potuti godere poco.

Il mio nonno Giovanni è mancato quando avevo solo sei anni, ma ricordo nitidamente i pomeriggi passati a giocare a “strascia camisa” (il gioco di carte noto come “ruba mazzo”), le canzoni in dialetto milanese, la mano tremante quando scriveva sui fogliettini bianchi mentre io osservavo curiosa le macchie scure e i segni dell’età che solcavano le sue dita.

Se n’è andato che io nemmeno capivo, se n’è andato quando ancora la tristezza della morte era per me un concetto lontano e vago.

Se n’è andato che io ero più preoccupata per la salute precaria del mio pesce rosso Ugo.

La mia nonna Luigia, invece, ha trascorso una vita scandita dall’orologio e dall’ipocondria. Prendeva qualcosa come dieci pastiglie al giorno, alcune necessarie, certo, altre inutili ed insensate come quelle per la memoria.

Passava le giornate ad osservare l’orologio, perdendo di vista le piccole cose in grado di donarle serenità come la presenza dei nipoti, l’aiuto delle nuore, la merenda quotidiana con i figli che salivano dall’azienda per farle un saluto e mangiare una mela, che lei preparava sempre tagliata a fettine sottili su un piatto di vetro color senape.

L’orologio scandiva le sue giornate, era sempre tardi per lei: era tardi per la pastiglia per il cuore, era tardi per preparare il brodo di prugne e albicocche secche per la sera anche se erano solo le quattro di pomeriggio, era tardi per andare in bagno, era tardi per fare una telefonata, era tardi per ricevere visite.

Insomma, non me la sono goduta come avrei voluto, non era una di quelle nonne che ti aspettano sorridenti sul vialetto di casa allargando le braccia per stringerti forte al tuo arrivo.

Era fatta a modo suo.

Eppure la sua esistenza, tanto discreta e marginale nella mia vita, mi ha regalato tantissimi ricordi che conservo nitidissimi, vividi e dettagliati nella mia memoria: la platessa al limone del venerdì, le bustine di tè lasciate ad asciugare sul balcone e cosparse nelle fioriere per concimare, la carta igienica centellinata a quadratini, la cicatrice della mastectomia, i racconti di bambini morti facendo il bagno in piscina dopo aver mangiato solo per terrorizzarmi ed impedirmi di fare il bagno così da evitarsi lo sbattimento di una bambina umidiccia e gocciolante che gironzolava per casa, le pattine per il pavimento con cui pattinavo sul marmo del soggiorno, le crostatine alla marmellata del signore che ce le portava con l’Ape Piaggio arancione e che probabilmente se fosse ancora vivo avrebbe un conto in sospeso con Equitalia perché lo scontrino era un optional, le bucce della mela e le foglie ammaccate di lattuga da portare in giardino alla tartaruga Adamo che se non stavi attenta ti tranciava anche la falange dell’indice e l’unghia del pollice, le bibite in vetro, la volta in cui ho agitato la bottiglia del chinotto fino a farla esplodere sul soffitto della cucina e mia mamma e mia zia in cima alla scala imprecando con gli stracci per salvare il salvabile, il telefono con la rotella, gli occhiali da vista con l’apparecchio acustico incorporato che ogni due per tre fischiava e ti straziava i timpani e il cervello, le patatine novelle al forno per le grandi occasioni e il Natale tutti insieme in soggiorno che finché non si finiva tutto il cibo bisognava tornare anche a cena e a pranzo il giorno dopo e quello dopo ancora.

Poi, con l’età che avanzava, la solitudine e la memoria che le faceva dimenticare il fornello acceso ininterrottamente per ore, ha accettato e preferito la compagnia delle coetanee in una casa di riposo di tutto rispetto, di quelle col parco in un’antica villa d’epoca.

Ha smesso di prendere le pastiglie, ha trovato la serenità di un posto che le garantiva di poter guardare l’orologio con la pace di chi sa che ogni giorno tutte le cose sono al loro posto ed arrivano puntuali senza dover sollecitare o doversi scomodare a fare chissà che.

Poi si è annoiata.

A 92 anni ha deciso di aver vissuto troppo a lungo su questa terra e si è lasciata andare, spegnendosi come una candela, con il viso rilassato di chi sa di non aver lasciato alcuna faccenda in sospeso e di non aver rotto i coglioni a nessuno, perlomeno senza esagerare.

Indossava l’orologio, ma era fermo ormai da mesi e non se ne era nemmeno accorta.

Sono già passati più di tre anni.

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E così adesso provo una dolce e nostalgica invidia per la fortuna incommensurabile di mio figlio.

Niccolò ha dei nonni incredibili, che lo amano come un figlio e forse addirittura di più.

Niccolò ha dei nonni che lo accompagnano quotidianamente nella crescita, con tanto affetto ed un forte senso di responsabilità.

Niccolò ha i nonni che io avrei sempre desiderato, ed io lo invidio con tutto l’amore del mondo.

Per i nonni che ha.

E per i tanti ricordi che avrà il privilegio di poter custodire nel proprio cuore.

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