Se siete mamme vi è successo di sicuro, almeno una volta o con molta probabilità anche più spesso, di trovarvi faccia a faccia con la personificazione dell’invadenza, colei che ti pastrugna la pancia fino a consumartela e poi ti chiede “Non è che ti da’ fastidio, vero?!”.

“Ma noooooooo, ci mancherebbeeeeee, figuratiiiiiii, continua pureeeee, basta che ti fermi prima di oltrepassare l’epidermide e sfiorarmi l’utero!”.

Ma questa ovviamente è solo la punta dell’iceberg, in verità.

Pertanto, sulla base della mia personale esperienza sul campo, maturata in anni e anni di sfortunati approcci umani, ho pensato di catalogare quei casi umani di invadenza che ho l’onore ed il privilegio di vantare sul curriculum:

  • Il maniaco della metropolitana

Tutti noi abbiamo preso la metropolitana almeno una volta nella vita, e chiunque di noi l’abbia presa ha avuto matematicamente il piacere di constatare la varietà eterogenea di soggetti strani che la popolano quotidianamente. Sulla metro, il maniaco è sempre in agguato, soprattutto quando meno te lo aspetti. Ed è sempre il più insospettabile.

Ricordo ancora il giorno in cui, reduce da una giornata universitaria piuttosto burrascosa, con un diluvio universale in corso ed un cielo che non accennava a rischiararsi, le braccia cariche di borse e borsette piene dei pezzi del mio progetto di arredamento gelosamente custodito sotto al cellophane per impedire che l’inchiostro colasse inesorabilmente colpito dall’acqua, con i capelli fradici e l’ombrello rotto in mano (si rompe sempre, se sei a Milano e piove), mi sono avventurata in una metropolitana affollatissima, nell’ora di punta, pregando non ci fossero ritardi sennò rischiavo pure di perdere il treno. In piedi (neanche a dirlo), vicina alle porte (grazie al cielo), mi trovo accanto a questo individuo dai tipici tratti somatici del cinquantenne disperato che vive ancora con la mamma e che non l’ha mai vista in vita sua: un morto di patata, insomma, più che un maniaco sessuale. All’inizio non mi accorgo nemmeno di cosa stia succedendo, poi mi accorgo e non ci do peso, alla fine sbotto in mezzo alla folla: il poveretto, complici gli oscillamenti dovuti all’andatura altalenante della metropolitana, continuava a toccarmi, quasi a farlo sembrare un gesto involontario. Quando poi, alla decima volta, ho abbassato lo sguardo ed ho intravisto il movimento della mano, palesemente voluto e ritratto nell’istante in cui si è accorto che avevo capito, gli ho urlato contro le peggio cose inveendo con una rabbia inaudita, oltretutto incitata dalle vecchiette milanesi che esclamavano “scostumato!”, “vergogna!”, “va’ a ca’ tua!”. E’ sceso alla fermata successiva, con l’eco degli insulti che gli sarebbero rimbombati nelle orecchie da lì fino alla sua cameretta avvolta nella naftalina.

  • L’amico di tutti

Lui è fondamentalmente il più innocuo, ma anche il più fastidioso. È quello che ti abbraccia la seconda volta in vita tua che lo vedi, quello che ha il vizio di toccarti mentre parla, che ti punzecchia con le dita in continuazione, intercalando le frasi con “oh”, “eh”, “capito?”. Ma vai a farti una doccia finlandese!

Io l’ultimo della lista l’ho incontrato settimana scorsa. Un collega esterno all’azienda per cui lavoro. Entra negli uffici, senza neanche chiedere permesso, si appoggia alla scrivania con fare sornione e, mentre sto parlando al telefono con un cliente, ecco che mi si mette dietro la sedia e comincia a massaggiarmi le spalle. No, scusa?! Cosa?! Ma sei serio?! Mentre continuavo a parlare al telefono costringendomi a mantenere un decoro, gli ho tirato una gomitata nello sterno, secca, di quelle che non ti aspetti e che ti tolgono mezzo minuto di ossigenazione corporea. Mi sono anche sentita in colpa, dopo, perché mi è dispiaciuto, ma è stato un gesto istintivo ed incontrollato, come se si fosse innescato improvvisamente un meccanismo automatico di difesa. Peggio per lui, la prossima volta saprà a quanti metri dalla mia scrivania si deve tenere.

  • Lo zozzone

Quello che si scaccola davanti a te, che si passa il naso con la mano o che si ispeziona gli interstizi dentali con le unghie e poi ti prende la mano per salutarti. O che ti saluta dopo aver fatto una visitina al cesso senza essere poi passato dal lavandino. Non aggiungo altro.

  • L’interlocutore infinito

Lui è quello che incontri sempre quando hai i minuti contati, quando hai calibrato alla perfezione la tabella di marcia e non puoi sgarrare o rischi di dimenticare qualche pezzo per strada, tipo il cane dal tizio che lo lava o il figlio nel carrello del supermercato.

Lo vedi, lo riconosci, fingi di non vederlo fino all’ultimo, finchè non ce l’hai a un palmo dal naso e non puoi proprio fare a meno di dargli retta.

E allora lui ti chiede “Ciao!!! Come staiiii?!”, ma non gliene frega un cazzo di cosa gli risponderai perché tanto il suo era solo un pretesto per cominciare a srotolarti un interminabile elenco di racconti ed aneddoti di cui a te non importa una mazza ma, porcaccia miseria, non riesci a trovare una via di fuga. Allora ti viene il lampo di genio, whatsappi al primo contatto a portata di mano la parola “chiamami” e preghi tutti i santi del Firmamento che il destinatario legga il messaggio immediatasubito. Rimetti via il telefono continuando a fingerti interessata alle minchiate che ti sta raccontando il tuo interlocutore e, finalmente, squilla il telefono. A quel punto non lasci possibilità di replica e dici tutto d’un fiato “Scusami tantissimo ma è mia suocera, non mi ricordavo di doverla chiamare per una questione importantissima per cui ti saluto, devo scappare, magari ci sentiamo per un aperitivo!”. E te lo sei levato dalle palle.

Peccato solo per una cosa: hai scritto per davvero a tua suocera, mannaggialaportinaia!

  • L’impiccione cronico

Quello che ti fa mille domande con una curiosità che, più che morbosa, è proprio malata.

Quello che ti chiede che numero di scarpe porti e dopo due secondi con la stessa naturalezza ti domanda quante volte fai sesso con tuo marito o se hai mai provato a farti lo sbiancamento anale. E il problema è che ti racconta anche vita, morte e miracoli degli altri: “No perché mia cugina ha il 41 e non trova mai le scarpe della sua misura; un mio amico fa sesso tre volte al giorno e la sua compagna è insaziabile; no perché una mia carissima amica l’ha fatto e ha detto che le è cambiata la vita. Tra l’altro lei la conosci, è la ragazza del Bubi, quella che prima usciva con quel tizio che tutti dicevano che aveva il pisello piccolo”. Insomma, uno discreto come le magliette di Desigual.

Vado avanti?

No perché volendo potrei continuare a scrivere per ore… Volendo…

Ma il problema è che non voglio…

Per cui vi saluto così, un po’ freddamente; niente abbracci indesiderati o baci sbausciosi e non richiesti; ma vi lascio con un detto che amo e che spero tanto torni di moda: fatti i cazzi tuoi che campi cent’anni.

Amen.

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