C’è una categoria di mamme che proprio non sopporto: le mamme omertose.

Quelle che tacciono, sugli argomenti più disparati, per i più svariati motivi.

Chi per non ammettere di pensarla diversamente dalla propria interlocutrice. Chi per pudore. Chi per vergogna o imbarazzo. Chi per presunzione. Chi per non so cosa.

Capita ad esempio che, parlando di svezzamento o di qualsiasi altro problema che affligge la stragrande maggioranza delle madri, la mamma in questione, pur pensando l’opposto rispetto a quanto affermato o raccontato dall’altra o dalle altre mamme, si trovi a rispondere cose del tipo: “Si, beh, certo!” – “No, no, ma guarda che anche io faccio così!” – “Ah, guarda, io proprio non lo farei mai!” – “Oh, come ti capisco!”. Che nervi!

E questo è solo un insulso e banalissimo esempio.

Il meglio di sè, la mamma omertosa, lo tira fuori parlando di gravidanza.

“La gravidanza è stato il periodo più magico di tutta la mia vita. Nessun problema, nessun fastidio. Non avrei potuto trascorrere nove mesi più sereni!”

E di parto.

“È stata un’esperienza meravigliosa. Paradisiaca. Non mi aspettavo un parto così bello, così perfetto! È avvenuto tutto in maniera assolutamente naturale, proprio come doveva essere!”

Ma vai a cagare!!!

Ok, ci sta che ogni gravidanza è a sè, e ancora di più lo è il parto. La componente soggettiva è pressoché totale. La soglia del dolore, il livello di sopportazione, la risposta emotiva, il carattere, la conformazione fisica: ci sono mille fattori che influiscono sul buon andamento di una gravidanza e di un parto.

Però, porca vacca, dite le cose come stanno!

Perché non ci credo che in nove mesi non vi sia mai successo nulla, una scemata, un dettaglio degno di essere raccontato. Che ne so: “Ma lo sai che ieri sera mentre mi alzavo dal divano il bambino si è mosso all’improvviso e mi è partita una scoreggia?! Fortuna che ero sola con il cane, se no che figura di merda!”. Nulla?! Sicure?!

Bah! Non ci credo!

Io, durante la gravidanza, ero solo una cosa: il disagio. Io sono il disagio, già di mio. Sono una pentola di fagioli, una lamentona, una zecca attaccata ai maroni. Figurarsi in gravidanza!

Nulla di esagerato, nessun problema o fastidio grave, però tante piccole cose quotidiane che ricordo come fosse ieri. E me le ricordo perché mi stavano sulle balle.

Il test di gravidanza, ad esempio. Sì, ho cominciato a rompere i coglioni da subito.

Intanto perché ne ho fatti quattro. Il primo dopo una settimana dal presunto concepimento.

Perché avevo già deciso che ero incinta. Lo sapevo. Me lo sentivo. E le mie tette dure come il marmo non facevano che alimentare le mie convinzioni. E infatti era negativo. “No, Gianluca, è negativo perché è quello del supermercato, e quello del supermercato lo sanno tutti che non funziona!” – “Allora perché l’hai preso al supermercato, amore?!” – “Vuoi litigare?!”.

Morta lì la questione.

Il secondo l’ho preso al distributore della farmacia. Due giorni dopo. Ancora negativo. Errare è umano, ma perseverare è diabolico. E io sono diabolica.

Il terzo l’ho preso due giorni prima del presunto ciclo. Ho preso il Clearblue. Confezione doppia. Negativo. No. Aspetta. Vedo qualcosa. Non intravedi anche tu in controluce quel flebile filo lievemente azzurrino?! No, mi sa che è un riflesso. Aspetta, chiamo il farmacista.

POSITIVO. Lo sapevooooooooo!!! Vedi?! Te l’avevo detto, lo sapevo, me lo sentivo!

Per sicurezza, visto che tanto ce l’avevo lì che mi avanzava, la mattina dopo ho fatto l’altro.

Non avevo più nessun dubbio.

E adesso?! Beh, adesso inizia il bello!

Ho passato il primo mese a svegliarmi la notte di soprassalto perché, nel sonno, mi giravo nel letto e mi spiaccicavo le tette. Erano di marmo, per cui un male boia.

Il secondo mese sono diventata paranoica. Ogni dolore di pancia correvo in bagno a controllare. “Vedrai che adesso tiro giù le mutande e di sicuro mi sono arrivate le mie cose”.

Il terzo mese sono diventata letargica. Dalle due alle quattro di pomeriggio dormivo seduta.

In ufficio ero una presenza fisica. Mentalmente, invece, encefalogramma piatto. Sbadigliavo con la stessa velocità e costanza con cui le mie colleghe battevano le dita sul pc. Ho dovuto annunciare al mio capo la gravidanza, prima che mi licenziasse o che mi facesse portare in discarica scambiandomi per un bidone degli scarti di tessuto. La sera ero narcolettica.

Facevo una domanda a mio marito ma non sentivo la risposta perché, nel frattempo, mi ero già addormentata con la faccia asfaltata sul divano.

Dal quarto al settimo mese era come se avessi una tanica di benzina accesa nello stomaco.

Mangiavo pastiglie di Gaviscon come fossero Zigulì. “Vuol dire che ha tanti capelli!”. No, vuol dire che dovete andare tutti a cagare e lasciarmi perdere!

Dall’ottavo mese è iniziato il declino.

Fortuna che era inverno. Vivevo con gli Ugg. Erano l’unica cosa che riuscissi ad infilarmi da sola in meno di venti minuti ed erano anche l’unica cosa che riuscissi a mettere ai piedi.

Sopra, non ne parliamo. Il circo in città. O qualcosa di simile.

Stitichezza a palate. Pesantezza. Fiatone. Mal di schiena.

E loro.

Le fottutissime smagliature.

Passi l’emorroide rimasta come souvenir. Passino i chili, che piano piano sto salutando.

Passi l’ombelico alla Homer Simpson. Passino i capelli alla Enzo Paolo Turci. Passi tutto.

Ma loro no. Cazzo. Ho la pancia che sembra una cartina geografica di un’area geologica terremotata. E non mi vergogno a dirlo. Ci sono. Punto. Me le tengo. Ma le odio. Maledette.

Nove mesi ad ungermi come una foca per niente. Tempo sprecato.

Poi, alla fine, mio malgrado, ho sofferto di pressione alta. Ed ho sperato con tutta me stessa che fosse una condizione necessaria e sufficiente per convincere il mio ginecologo che necessitassi di un cesareo.

Esatto. Un cesareo. Perché non ci credo che in nove mesi non vi sia mai successo nemmeno una volta di cagarvi sotto al pensiero di dover sfornare un essere umano dalla vostra soave bernarda. A me, sì. E spesso.

E poi, finalmente, è arrivato il momento di affrontare le mie più recondite paure.

~ La nascita di Niccolò ~

Venerdì 30 gennaio 2015. Passato il termine di due giorni, onde evitare di protrarre inutilmente il problema della pressione alta, il mio geniale ginecologo mi fa lo scollamento delle membrane: non sento nulla, giuro! Nulla a parte lui che mi dice “Vedrai che tra oggi e domani entri in travaglio!”

Cazzarola, ha ragione!

Sabato 31 gennaio 2015. Alle 18 circa, mentre sono in doccia, perdo il tappo. Questo è un altro di quei discorsi che la madre omertosa non vi farà mai. Non so se vi è capitato ma, nel caso non lo sapeste, praticamente è un alieno viscido e gelatinoso che vi sguscia fuori e che vi avverte che il parto potrebbe essere vicino. Lo scalcio nello scarico della doccia, sperando di non intasarlo.

Sono appena uscita dalla doccia e mi sto asciugando i capelli (non so voi, ma io me li lavavo tutti i giorni perché ero entrata nella modalità “se succede oggi, almeno ho i capelli puliti!”) quando sento le mutande umidicce. Controllo. Nulla. Sarà solo suggestione.

Col cavolo! Ci ho visto lungo!

Non faccio in tempo a sedermi a tavola che sento una sorta di “scoppio”. Lascio cadere le posate per lo stupore, tanto che mio marito capisce al volo e corre a prendere una traversa.

Mi trascino fin dentro la vasca da bagno e mi spoglio per cambiarmi e andare in ospedale.

Ho appena rotto le acque.

Panico. Panico assoluto. Le mie mutande, bianche fino a pochi minuti prima, sono verdi.

Verde militare, giusto per darvi un’idea. Cazzo. Al corso ci hanno detto che questo è uno di quei casi in cui bisogna andare subito in ospedale perché significa che il nostro gnomo ci ha fatto la cacca nella pancia e potrebbero svilupparsi infezioni.

Piccolo problema: sono nuda da dieci minuti ad aspettare che mio marito mi porti il cambio, così da non sbrodolare questa schifezza in giro per casa. Ecco. Appunto. Mio marito dov’è?!

Mi affaccio e scopro che è fermo, immobile, davanti allo specchio con in mano due paia di scarpe. Sta decidendo quali mettersi. Io lo uccido. Giuro che esco e lo uccido. Fa niente se sporco il pavimento. Adesso lo faccio fuori.

Partiamo.

Anzi, no.

“Aspetta, non vedi che sono piegata in due sulla portiera?!”

Contrazioni.

“Di già?! Ho rotto le acque un quarto d’ora fa!”

“Bene, dai, vuol dire che faremo in fretta!”

“Ma vaffanculo!”

Ospedale. Sabato sera. Fila all’accettazione, sedie tutte occupate da gente in attesa che gioca a Candy Crush. Non chiedo nemmeno di farmi sedere. Se non ci arrivano da soli, ho perso in partenza. Marito si affaccia timidamente al vetro, passando davanti a tutti (donna in travaglio batte uomo col mignolo slogato, logico), spiega la situazione e fanno una faccia come a dire “adesso ti mettiamo in fila, ne abbiamo altre sei in travaglio”. Poi, marito, dice le due parole magiche: “acque tinte”, ed entro.

Mi danno il bigliettino. Codice rosso.

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Ecco. Lo sapevo. Sapevo che era grave. “Perché rosso, scusa?! Gianluca, devi dirmelo. Tu sai qualcosa, vero?! Ti hanno detto qualcosa?! Sto morendo?! Oddio, Niccolò ha qualche problema?!”. Ansia. Giusto il giusto, non troppa.

In meno di cinque minuti mi visitano, mi rivesto, mi danno una stanza, mi attaccano la flebo di antibiotico (per la cacca di Niccolò nella pancia, nano infame), mi fanno preparare e mi trasferiscono in sala parto. Sono le 21,00. Ed io sono dilatata di due centimetri.

Per colpa di queste acque tinte di merda (in tutti i sensi) devo andare ogni ora a fare pipì per consentire alle ostetriche di controllare che il colore del liquido non cambi, e sono costretta a tenermi incollato addosso il monitoraggio. Affronto le contrazioni da seduta, in silenzio, composta.

Alle 2,00 comincio ad essere stanca e a non sopportare i dolori e chiedo un controllo, anche per sapere a che razza di punto sono. Mi visita Camilla, un’ostetrica dolce e bellissima.

Credo di non averla picchiata solo per questo. Infatti, entusiasta, mi dice: “Bene! Siamo a tre centimetri!”. Scuuuuuuusaaaaa?! In cinque ore mi sono dilatata di un centimetro e tu mi dici anche “Bene!”?! Voglio l’anestesista. Subito. Ora.

Fortunatamente, arriva subito.

Mi spiega la pappardella di come funziona l’epidurale e gli rispondo che non me ne frega una beneamata e che ho partecipato all’incontro informativo per evitare di dover ascoltare tutta la fiaba durante il travaglio. “Fai il tuo dovere, bucami la schiena e nessuno si farà male!”.

Primo: le contrazioni che ho, sono irregolari. Me ne vengono magari tre di fila, senza sosta, e poi per cinque minuti sopravvivo. L’epidurale va fatta in assenza di contrazioni. Aspetto dunque che passi la contrazione e lo avviso che può procedere. Ovviamente lo avviso quando, subito dopo, ne arriva una potentissima. Mentre lui mi sta bucando la colonna vertebrale ed io non posso muovermi. Una roba che potrei augurare solo al vicino di casa che usa la sega circolare alle 7,30 di sabato mattina.

Secondo: è raro, ma l’anestesia potrebbe non fare effetto perché il catetere si sposta durante l’infusione. Ovvio. Io sono la rappresentazione del “raramente”.

Me la rifanno. E anche stavolta mentre ho una contrazione.

Nel frattempo passo un’altra ora di poesia. Sono le tre.

La pozione magica fa effetto.

Finalmente posso sdraiarmi nel letto e riposare. Marito si asfalta sull’unico sgabello a disposizione.

Dopo circa due ore chiamo per la seconda dose di epidurale. Poi ancora. Ci ho preso gusto.

Nel frattempo, finalmente, raggiungo gli otto centimetri di dilatazione.

Alle 8,30 comincia a farsi largo la sensazione di dover spingere e, in poco meno di mezz’ora, diventa un bisogno. Un’esigenza. Una necessità. Devo spingere.

Allora arriva l’ostetrica che mi seguirà durante tutta la fase espulsiva e prepara il letto, monta le staffe, smonta la pedana eccetera.

Dall’altra stanza arrivano urla. Urla agghiaccianti. Urla che non ho mai sentito nella mia vita.

Urla che non credevo che avrei mai sentito in tutta la mia vita, e vado nel panico. “Se questa tizia urla perché sta spingendo, significa che tra poco anche io starò così male. Voi siete pazzi. Prendete un bisturi, io mi rifiuto”.

Alla fine, non so come e perché, ma mi carico come una molla. Sto zitta. Non emetto un suono, nemmeno un mugugno. Sono talmente concentrata che non mi accorgo neanche di avere le ginocchia quasi dietro la testa. Mio marito mi parla ma non lo sento. Non sento nulla. Sento un bruciore allucinante, mi sembra che il mio “quasi figlio” mi stia aprendo in due con un tizzone ardente, ma non ci penso. Penso che più spingo, meno ci metto. E meno ci metto, meno tempo dovrò soffrire. Spingo con tutta me stessa, con cattiveria, con una forza tale che Niccolò nasce con una sola spinta, esce tutto in una volta.

Un sollievo. La sensazione è di profondo, totale sollievo. Di liberazione.

Me lo mettono addosso ed ho paura che mi scivoli dalle mani perché sto tremando come una foglia. Sono uno spasmo unico. Le gambe tremano talmente tanto che mi scivolano dalle staffe.

Mi tolgono Niccolò dalle braccia per visitarlo e cominciano a frugarmi dentro. Tirano. Ravanano. Tamponano. E intanto parlano tra di loro. E ogni volta che si parlano, esce una persona dalla sala e ne entrano due: quella di prima, e una nuova. Erano in tre. Ora sono in sette o otto. Non sono morta: ma la placenta ha impiegato troppo tempo ad uscire e, nel frattempo, ho perso un litro di sangue. Anche Niccolò sembra non stare benissimo: macchine che emettono strani suoni, medici che si consultano. Alla fine lo portano via dicendomi che ha solo bisogno di stare al calduccio. Invece lo portano via perché ha inalato il famoso liquido amniotico diluito di cacca e quindi ha bisogno di ossigeno. Me lo porteranno, finalmente, 24 ore dopo.

Mi ricamano un bel giro di pizzo e merletti sulla bernarda: era la cosa che più temevo, ma devo ammettere che si è rivelata essere la meno fastidiosa.

La cosa più fastidiosa, invece, è la mia compagna di stanza.

Avete presente quella che al corso preparto si rivela subito essere una deficiente e, per questo motivo, tutte sperano di non beccarla più al di fuori del corso stesso?! Ecco. Lei.

Una che al corso faceva domande tipo: “Ma il bambino poi come lo porto a casa?!”. Bah, non so, vedi tu. In groppa a un asino, magari. “Ma per cambio intimo del bambino, cosa intendete?! Il body e le calze?!”. No, sinceramente pensavamo più a un corsetto LaPerla e a un paio di autoreggenti.

Una che per tre giorni non si è cambiata le calze. Una che teneva sempre le tende chiuse.

Una che la notte parlava in continuazione con sua figlia, ogni volta che questa piangeva. Una che viveva col dito incollato al campanello per chiamare le ostetriche. Una fricchettona di prima categoria. Una che aveva trasformato la sua metà della stanza in un accampamento, con roba sparsa ovunque. Una che apriva le finestre per far girare l’aria, con i neonati in camera, nei famosi giorni della Merla. Una che scattava a ripetizione foto col flash a dieci centimetri dalla faccia della figlia. Una che avresti voluto uccidere a sprangate sui denti.

Va beh, alla fine di tutto ce l’abbiamo fatta. È andato tutto bene. Tutto è passato. Ed è stato tutto bello, tirando le somme.

Logico, hai messo al mondo tuo figlio, non può che essere un evento incredibile.

Ma è incredibile sotto ogni punto di vista. È bellissimo. È pazzesco. Ma non è immune da fastidi e problemi.

Per cui, care mamme omertose, non abbiate timore a raccontare qualche dettaglio stonato della vostra esperienza.

Ricordatevi che sono i dettagli a fare la differenza!

Vado a festeggiare il mio compleanno.

Eh già.

28 anni fa c’era un’altra persona che stava vivendo questa esperienza: mia mamma.

La mamma più omertosa che io abbia mai conosciuto.

L’unica mamma omertosa che mi riesce di sopportare.

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