Stamattina sono uscita di casa presto.

Scarpe comode, leggings, chiavi e telefono nel passeggino e gambe in spalla.

Sono uscita presto perché avevo bisogno di camminare finché le gambe avrebbero retto, avevo bisogno di schiarirmi le idee e non pensare a nulla.

Capita a tutti, una mattinata di merda.

Ho passeggiato per le strade della mia città, su e giù dai marciapiedi, su vie che conosco come le mie tasche ed altre che non avevo mai attraversato.

Ho portato Niccolò al parchetto vicino casa, si stava bene, c’era un clima stranamente fresco e un piacevole venticello.

Mi sono seduta su una panchina all’ombra, a pochi metri dalla casetta con gli scivoli, osservando trasognata Niccolò che si divertiva.

Il parchetto era quasi deserto, gli scivoli tutti per lui.

Poco dopo sono arrivati tre bambini, avranno avuto cinque o sei anni, e Niccolò gli è subito corso incontro felice e sculettante: “Che bello! Degli amichetti per giocare!”, deve aver pensato.

Ovviamente ha pensato male, ma ci sta.

I bambini grandi non vogliono giocare con quelli piccoli, si sa, per cui non mi stupisco che lo abbiano ignorato ed evitato e che si siano anche scocciati quando lui si è avvicinato mostrando orgoglioso il suo gorilla sperando di poter giocare con loro.

Però ci sono rimasta male.

Mi è salito un groppo in gola che mi ha colta impreparata e mi ha spiazzata.

L’ho visto rassegnarsi, fermarsi un minuto a fissarli con il sorriso che scemava, e poi tornarsene nella casetta a giocare con i sassi e il gorilla, canticchiando cose che non mi sono neanche sforzata di capire.

Ero assorta nei miei pensieri e, come mi capita spesso, ho lasciato che riaffiorassero i ricordi.

Magari sono io che mi fisso su delle stupidate, lui è ancora piccolo e forse non se ne rende neanche conto, ma io purtroppo sì e ogni volta che lo vedo respinto da qualcuno mi tornano alla mente i miei, di ricordi, tutti uguali e tutti infelici allo stesso modo.

Io ero quella che nei giochi a squadre veniva scelta per terzultima (tra le sfigate, a quanto pare ero la meno peggio), ero quella seduta al banco a disegnare qualcosa fingendo disinteresse mentre le altre si mettevano in cerchio a sussurrarsi segreti all’orecchio, ero quella che al sabato faceva le gite con i genitori perché tanto la fila per gli inviti a casa delle amichette era altrove, ero quella che veniva invitata per merenda quando a fare la gita con i genitori erano tutte le altre e restavo solo io.

Ero il “piuttosto che niente, va bene anche lei”.

E guardate che non avevo niente di strano.

Non puzzavo, mi vestivo normalmente, i giochi che andavano di moda a quei tempi li sapevo fare tutti, non mi scaccolavo, non facevo cose riprovevoli e non dicevo parolacce (ho cominciato dopo, chissà perché).

Però mi mancava qualcosa.

Sto ancora cercando di capire cosa e, mentre lo faccio, guardo mio figlio e sento che sto diventando apprensiva.

Sento salirmi una paura, evidentemente non così tanto irrazionale come potrebbe sembrare, che vorrei tanto levarmi di dosso ma che proprio non riesco a mandar via.

È che in lui, ancora così piccolo, rivedo la mia stessa ingenuità e la mia stessa cieca fiducia verso il prossimo.

Quella fiducia che troppo spesso mi ha presa malamente a calci in culo.

Io spero con tutto il cuore di non dover mai leggere nei suoi occhi la tristezza.

E spero con tutto il cuore, dovesse mai accadere, di avere la capacità di aiutarlo, assecondarlo e consigliarlo nel modo giusto, facendo tesoro di ciò che la vita a modo suo mi ha insegnato.

Devo farcela.

Lo devo a lui ma lo devo anche a me stessa, prima di tutto.

Lo devo a quella bambina che ancora oggi a volte si affaccia nella mia testa e mi dice “non ti preoccupare, poi si cresce e passa tutto”.

O quasi.

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