Stamattina ho avuto uno strano flash, di quelli grazie ai quali ripercorri attimi della tua vita per associazione di idee.

È successo che stavo portando Niccolò al nido, guidavo cantando la canzoncina dell’elefante che si dondolava sul filo di una ragnatela e ritenendo il gioco interessante andò a chiamare un altro elefante, quando il mio sguardo si è posato su un’auto che procedeva nella direzione opposta.

Era una Ford Sierra colore argento.

La stessa macchina che aveva mia mamma quando io ero piccola, a cavallo tra l’asilo e i primi anni delle elementari.

E la mia mente ha cominciato a vagare, a ripensare a tutti i ricordi che quella macchina ha generato nella mia testa.

Ricordo perfettamente l’odore di macchina nuova mescolato a quello dell’Arbre Magique alla vaniglia che andava tanto di moda a quei tempi ma che se non stavi attento ad aprirlo poco alla volta ti dava delle allucinazioni analoghe a quelle attribuibili al peyote e ti mandava in uno stato onirico surreale.

E ricordo il tessuto dei sedili, quella specie di vellutino rasato che adesso possiamo nuovamente ammirare nei rotoli di carta verdone con cui si tappezza la pavimentazione dei presepi domestici, che d’estate ti faceva sudare l’interno coscia e che ti incollava al sedile anche quando tua mamma inchiodava alla vista del semaforo arancione a settecento metri di distanza.

Quella Ford mi ha accompagnata ogni mattina all’asilo, con la mia mamma sempre di corsa; mi ha lasciata davanti al cancello della scuola elementare che distava cento metri da casa mia, ogni santissima mattina, sempre con cinque minuti di ritardo, quando i cancelli stavano per chiudersi ed io mi ci infilavo dentro che neanche McGyver; mi ha vista volare sul ghiaccio davanti a scuola quell’ennesima mattina in cui ero in ritardo e mi sono sfondata il cranio cadendo mentre correvo; mi ha portata in pronto soccorso quella volta che il mio compagno di mensa dell’asilo mi ha letteralmente (e sottolineo letteralmente) ficcato una forchetta in un occhio per colpa di un panino al latte che nessuno dei due si voleva mangiare; mi ha accompagnata in gelateria a consolarmi dopo le vaccinazioni e mi ha portata in milioni di altri posti.

Quella macchina, rivista stamattina per caso su una strada di paese, ha scatenato in me tanti di quei vividi ricordi da avermi lasciata stordita e confusa.

Ripensare al passato, rivivere nitidamente dei ricordi lontani, di quelli semplici legati alla quotidianità, è qualcosa che lascia un sapore strano in bocca, rende vulnerabili al trascorrere inesorabile del tempo, ci racconta di come il nostro passato sia radicato dentro di noi al punto da riaffiorare vivido grazie a dei semplici istanti, a delle immagini istantanee catturate in un giorno qualunque.

Oggi sono tornata a casa guidando la mia auto e ho pensato a quanti ricordi essa abbia generato nella mia vita in questi dieci anni.

E mi ha fatta pensare a quando Niccolò, alla soglia dei trent’anni, incrociando per strada un’auto uguale alla mia, ripercorrerà con un sorriso tutti questi tragitti e tutti i ricordi ad essi collegati.

È quello che spero.

Perché non è vero che vivere di ricordi fa perdere di vista presente e futuro.

Vivere di ricordi significa vivere di tutto ciò che di bello ci è stato donato.

Ed io sono felice e grata dell’immensa ricchezza dei miei ricordi.

[“La sua mente era trascinata via dalla crescente passione per i sogni. A guardarlo non aveva l’aria molto in gamba. Mentre il ricordo di quelle piccole cose gli occupava la mente, chiuse gli occhi e si appoggiò allo schienale. Rimase a lungo così e quando si mosse, e tornò a guardare dal finestrino, il suo paese era scomparso, e tutta la sua vita in quel luogo era diventata nient’altro che uno sfondo per dipingervi sopra i sogni della sua gioventù. (da Winesburg, Ohio, The Modern Library, New York, 2002)“ – Sherwood Anderson]

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